Perché la tua impresa deve guardare al futuro

Universale: l’aggettivo che accompagna i grandi cambiamenti della storia in tema di diritti e doveri.
Universali perché carte e Costituzioni sono state condivise e approvate a prescindere da religioni, idiomi, etnie e paesi.
Universali perché sono gli ideali e i principi che guidano e hanno guidato il mondo verso il progresso.
Il Bene comune e i modi in cui costruirlo riguardano la collettività: quella presente, che vive i cambiamenti e quella futura, a cui i cambiamenti sono destinati.
L’Agenda 2030, sottoscritta nel 2015 da più di 190 paesi appartenenti all’ONU, scandisce un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità con una visione sistemica.
Il nostro Paese ha aderito formalmente stilando una “Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile”, approvata dal CIPE nel 2017.
Un impegno globale, per il futuro. Un dovere morale, per il presente.
Come si traducono le buone intenzioni firmate e sottoscritte nell’Agenda in modo concreto?
Attraverso i 17 goals (Sustainable Development Goals, ovvero SDG o OSS) da perseguire, tenendo presente che “la nostra casa comune” necessita dell’impegno collettivo e di uno sviluppo sostenibile integrale.
A partire dalla crisi climatica, infatti, i goal riguardano la sostenibilità in modo globale, auspicando cambiamenti sociali, economici, distributivi e politici.
Ognuno dei 17 goal, propone dei target e degli strumenti di attuazione per la realizzazione degli obiettivi stabiliti.
Ma perché, oggi, per un’azienda, è importante prendere coscienza dei cambiamenti in atto? E perché le aziende devono sentirsi coinvolte nel perseguire questi obiettivi?
Sicuramente da un punto di vista produttivo ed economico, si tratta di un dovere etico: uscire dalla “voracità tossica del profitto” per entrare nella dimensione del rispetto, dell’impegno, della responsabilità e di darsi un chiaro e inequivocabile purpose.
Un’azienda, non è solo l’insieme dei processi di produzione e vendita. Non è solo una questione di bilancio, di far quadrare i conti, ma è anche attore sociale perché in relazione con i propri stakeholder e clienti.
L’azienda, allora, pensata come spazio di relazione, tiene conto delle dinamiche e degli interessi della collettività.
Per questo motivo, al di là della necessità di comunicare, bisogna indirizzare e accompagnare la aziendale verso contenuti che non descrivano solo i prodotti, ma che raccontino i valori intangibili che la alimentano.
Un piano di comunicazione sostenibile individua e colloca il purpose aziendale e i suoi valori in (almeno) un’area di riferimento: ambientale, sociale o governance (qui la to-do-list).
La comunicazione deve essere condivisa e resa partecipativa grazie all’interazione con i propri stakeholder, visto che la politica sostenibile dell’azienda incide su di loro e sui rapporti con loro.
Condividere strategie e comunicazione vuol dire porsi degli obiettivi misurabili e adeguarsi a degli indicatori che monitorino il progresso dell’azienda nel suo cammino verso la sostenibilità.
Gli indicatori ESG sono legati alle tre aree di riferimento di cui abbiamo appena parlato e fanno riferimento a cinque obiettivi, noti come 5P: Persone, Pianeta, Prosperità, Pace, Patti.
Riportiamo qualche esempio per rendere più comprensibile il tema della sostenibilità aziendale: per l’ambito ambientale, dei KPI potrebbero essere, per esempio: quantità di acqua consumata, ciclo di vita del prodotto o le emissioni di CO2; per l’ambito sociale: la trasparenza nella gestione delle risorse umane, la parità di genere, o la sicurezza e la salute sul lavoro; per l’ambito di governance: capitale d’esercizio; fatturato e redditività.
Ogni KPI può essere raggiunto a breve o a lungo termine e per questa ragione è necessario stilare un piano di sostenibilità aziendale in cui vengono definite le azioni da perseguire.
Gli obiettivi devono rispettare il metodo SMART, cioè essere: raggiungibili, misurabili, specifici, pertinenti e limitati nel tempo.
Seguendo questa regola, si evita di porsi obiettivi troppo vaghi, generici o irrealistici, che porterebbero a redigere un’analisi di materialità (link all’articolo di MP) senza valore e poco pratica, o, addirittura, risultare un boomerang perché tra attese e proclami, si disattenderebbero i risultati con effetto greenwashing.
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